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sabato 12 maggio 2012

L'incontro di boxe


Le prime avvisaglie dell’avvenimento del secolo si intravedono mercoledì o giovedì, non ricordo bene.
“Fabiè ma perché ce stanno i cosi della Rai?”
“Boh ma che ne so, avrei pure una vita, l’Università, lo studio…”


Però la notizia è gustosa. Che ci fanno i potenti mezzi della televisione di Stato sotto casa mia, qui ai confini del mondo?


Ci vuole poco per scoprire che il Palazzetto dello Sport di San Valentino è stato scelto per ospitare la finale del campionato italiano Pesi Piuma Pugilato. Finiti a San Valentino perché –pare– uno dei due finalisti, il campione locale Mario Pisanti, ha fortemente voluto che si disputasse un incontro nel suo quartiere. Una scelta bellissima di radicamento e attenzione alla propria terra, uno schiaffo in faccia a tutti quelle persone piccole piccole che vengono, come me e lui, daaaaacento ma si vergognano delle proprie origini, quando sono ben altre le cose di cui vergognarsi. 


Si capisce che una persona così è già il mio eroe e alle 22:30 come tutto il quartiere e credo tutta la città, si accende la televisione e si deve tifare per il vicino di casa campione. Parte l’inno nazionale e parte l’incontro dentro il Palazzetto. Il casino è tale che rimbomba e arriva fino a casa mia. Potrei spegnere la televisione e seguirlo ascoltando i rumori che il Parco fa rimbalzare, come una radio gigante. 


Parte l’incontro e io dopo il primo cazzotto mi rendo conto che una cultura pugilistica fondata più o meno su “Million Dollar Baby” è insufficiente per seguire degnamente un macht di boxe. I telecronisti, pagati per spiegarcelo, sono più confusi di me. Vedo solo un incontro teso e violento, ai limiti -immagino- della regolarità (e Pisanti si scuserà anche con la città per il brutto spettacolo anche se la colpa non è stata sua). 


Non capendoci niente, mi distraggo e inizio a studiare i dettagli, ad unirili come i puntini della Settimana Enigmistica: l’avversario scorretto, l’arbitro in difficoltà, il sindaco e il consiglio comunale in prima fila, il campione locale e la folla che salta, si esalta e insulta per sostenere l’eroe…


Sembra un racconto di Guareschi.
Lo è. 


giovedì 12 aprile 2012

Ore Memorabili

Bruno Montari - Il mago del calcio (1935)

Se vi chiedessi: ricordate che tempo faceva una domenica fa? Non vi chiedo di risalire con la memoria a tanti anni prima, fermatevi solo a domenica scorsa. Sono certo che dovrete pensarci, che dopo poco tentennerete una risposta, mai non sarete mai sicuri. Io invece ricordo benissimo che domenica scorsa c’era un grande sole. Lo ricordo perché è stato un giorno fantastico. Ricordo tanti dettagli di quel pomeriggio. Ricordo la cronista che urlava alla tv e le campane di una chiesa che, suonando a festa, chiamavano i fedeli all’ultima messa. Ricordo che sudavo ed esultavo, ricordo il cuore che batteva forte e la gioia correre lungo le grosse vene del collo. Ricordo giù nella strada i clacson impazziti, la gente che gridava, cantava e si abbracciava. Ricordo che faticavo ancora a credere che davvero alle cinque del pomeriggio di domenica 16 maggio 2010, la Roma, la mia Roma era diventata campione d’Italia.


Era stata una vittoria inaspettata. Partiti malissimo, avevamo compiuto una rimonta senza precedenti fino a toccare il primo posto. La sconfitta con la Sampdoria aveva però cancellato le nostre speranze. Nessuno credeva che la super Inter, che proprio ieri ha vinto la Champions League, proprio quell’Inter lì, potesse scivolare contro un Siena già retrocesso. Fu un clamoroso pareggio, i nerazzurri fallirono tutti i tiri in porta. Quanto bastò alla mia squadra di volare in testa alla classifica e di conquistare il quarto scudetto della sua storia. Il più bello perché inaspettato. Il mio vicino usci a torso nudo sul balcone e sventolava la gloriosa bandiera giallorossa dello scudetto dell ‘83, la televisione trasmetteva le immagini del Circo Massimo stracolmo di tifosi.


Fu in questa bolgia di emozioni che, spinto da una forza sovrannaturale, iniziai a scrivere. Io sono un giornalista sportivo e il mio sesto senso mi suggeriva che da quella vittoria avrei potuto ricavare qualcosa. E infatti scrissi il più bell’articolo della mia carriera. Posso dirlo senza falsa modestia, era un capolavoro. Raccontai quei momenti, quelle emozioni e lo chiamai “Ore memorabili”, un omaggio affettuoso a Dino Buzzati. Lo leggevo e rileggevo e più lo leggevo più mi piaceva.


Io sono un giudice molto severo con me stesso, mi correggo e ricorreggo allo sfinimento. Non mi do pace finchè ogni parola, ogni frase, ogni suono non s’incastri nella sua giusta posizione.


Ma quella domenica non riuscivo a trovare errori. In cerca di un giudizio davvero obiettivo, feci leggere il manoscritto alla mia compagna. Non aveva mai compreso la mia decisione di continuare a lavorare con la redazione sportiva, voleva che diventassi un cronista d’assalto, che mettessi alla berlina Berlusconi e i suoi scandali. Ma persino lei dovette ammettere che avevo scritto qualcosa di sublime. Una lacrima le scese dagli occhi. Corressi qualche piccolo errore di battitura che mi fece notare e lo inviai finalmente al giornale.


Ma il giorno dopo, quando sfogliai fiducioso la mia copia de “Il Colosseo” quotidiano per il quale lavoravo, quell’articolo non c’era.


Com’era possibile? Per una volta scrivevo un articolo perfetto, il mio giornale mi censurava? Pensai ad un errore di stampa e mi recai in redazione per chiedere spiegazioni.


“Ciao Carlo” –mi salutò affettuosamente il caporedattore vedendomi arrivare– “hai scritto un articolo fantastico, non leggevo niente di simile da anni. Hai spiegato cos’è il tifo vero, cosa significhi avere una passione, cosa significhi amare ancora questo sport ai tempi di Luciano Moggi. Persino io che odio il calcio mi sono sentito colpito nel profondo.”
E se era tanto perfetto perché non è stato pubblicato?
“Precisi ordini della direzione” –sussurrò– “Dice che dedichiamo troppo spazio al calcio e ha dato ordine di ridurre lo spazio per lo scudetto ad una pagina. Per il tuo articolo non c’era spazio.”
“Cosa? Troppo spazio al calcio? Ma se fino a ieri era stava su Sky a commentare le partite!”
Il caporedattore mi guardò scrollando le spalle.


Per lui era indifferente. Per me no! Non avrei tollerato quell’ingiustizia! Sapevo che certe cose si scrivono solo una volta nella vita. Dovevo pretendere la pubblicazione di quell’editoriale! Il direttore era di provata fede interista ma non immaginavo si sarebbe piegato fino a questo punto. La sua era una prepotenza senza precedenti ed io non ero disposto a tollerarla. O pubblicava il mio editoriale o me ne sarei andato! Io non ero un verme strisciante come lui, io questo mestiere lo facevo con una certa dignità! Forse non sarebbe stato facile trovare un nuovo posto, sicuro come questo, ma si era oltrepassato il limite!


E a passi felpati, deciso a dirgliene quattro, mi diressi verso la sua stanza. “C’è Buonuomo?” ruggii alla segretaria. La donna mi guardò ciancicando una gomma: “Si certo, è dentro.” Bussai ed entrai. Il direttore era in piedi. Un ometto insignificante, un irritante leccasederi. Pelato, basso, con gli occhiali da sfigato. Probabilmente sarà anche imponente e sua moglie si diverte con uno stallone romanista, ecco perché censura lo scudetto.


“Carissimo! La stavo aspettando!”
E di colpo tutte quelle cose che dovevo dirgli si sciolsero nella mia gola.
“Ah beh bene”
(Ora capisci amore, perché non ho mai voluto fare il cronista d’assalto come volevi tu, capisci che mi succede la stessa cosa quando intervisto un allenatore, figuriamoci ad occuparmi di scandali, di corruzione, di politici)
“Ma prego parli pure lei”
“Beh io…ecco…ieri avevo scritto delle cose ma oggi non so, forse non dovrei venire qui perché immagino di no…”
Sudavo. Cazzo, pensa allo stallone romanista!
Il direttore mi stoppò con un cenno della mano: “Certo, certo. Sa ho letto il suo ultimo articolo, molto bello. Peccato non averlo potuto pubblicare.”
Ma brutto figlio di…
“Sa lei ha un gran talento, un talento da paura. Mi domando perché lo sprechi a parlare di calcio”
Mi sembrava di sentire mia moglie. No la prego.
“Che dire? Grazie.”
“Io voglio che lei metta questo suo talento per una giusta causa. Avrà saputo della mia nuova politica sportiva?”
“Beh si ma…”
“Esatto, approfitteremo dell’estate finalmente per poter parlare d’altro. Basta con questo pallone, non se ne po’ più! Riabilitiamo altri sport più nobili, conosce il tiro a piattello? Ecco voglio che scriva un articolo altrettanto bello sul torneo distrettuale di tiro al piattello!”
“Su che?”
“Il campionato regionale di tiro al piattello. So certo che saprà descrivere con incredibile maestria il brivido di un colpo sparato in aria, la sfida dell’uomo al tempo, basta un attimo e ci si gioca una carriera!”
Certo, certo. Il tiro al piattello! Come se non avessi capito che questa è tutta una subdola vendetta perché avete perso lo scudetto. Ma quanto rosichi? Pubblica il mio articolo stronzo raccomandato, leccaculo e invidioso. Tu una roba così fantastica non la farai mai.
“Certo. Certo.”


E così mi mandarono a seguire l’incontro di tiro a piattello. Con rispetto parlando, lo sport più noioso dell’universo. Sbracato su una panchina di marmo mi godevo l’aria fresca mentre baldi giovanotti sparavano ad un piatto lanciato in aria. L’eroe del circolo era la medaglia olimpionica Nello d’Argento che stravinse a man bassa. Quattro-cinque tifosi batterono le mani mentre il megafono gracchiava l’inno nazionale.


E’ passata una settimana da allora. Dal giorno dello scudetto non riesco più a fare un articolo. Ogni volta che mi metto davanti al computer, ogni benedetta volta succede la stessa cosa. Nessun blocco dello scrittore, niente di così banale. Le mani scorrono sulla tastiera, Madonna se scorrono. Il guaio era che faccio sempre lo stesso indentico articolo: l’editoriale censurato. Le mie mani partono da sole, non riesco a fermarle e prima di rendermi conto cosa succede, sul pc compare di nuovo quel maledetto articolo.


Vado avanti così da troppi giorni. Temo che non riuscirò più a lavorare. Ho seguito tutti i tornei di tiro a piattello della regione senza ricavarne niente. Come farò adesso? Dove lo trovo un altro lavoro alla mia età? Io so di chi è la colpa di tutta questa situazione. E’ colpa di quello stronzo. Poco fa ha anche chiamato, lui in persona: per il ritardo. Ho accampato scuse poco credibili, ma ho dovuto promettergli che glielo avrei inviato in serata.


E adesso che faccio? L’ansia mi tortura!
A meno che…


Tre mesi dopo


Oggi, 29 agosto 2010 ricomincia il campionato di calcio. Sono allo Stadio Olimpico e quest’anno seguirò la Roma giornata dopo giornata. Sono completamente guarito e anzi sono stato promosso direttamente sul campo. Tutto merito di un editoriale sul torneo distrettuale di tiro al piattello. Avevo raccontato i festeggiamenti e le emozioni per la clamorosa vittoria di Nello d’Argento: i tifosi in festa che suonavano il clacson per le strade, il Circo Massimo stracolmo di gente e le campane di una chiesa suonavano a festa. Avevo raccontato anche del mio vicino che aveva tirato fuori per l’occasione la gloriosa bandiera che aveva già salutato la vittoria di Nello d’Argento nel 1983. La Federazione Italiana Tiro al Piattello si commosse per quell’editoriale e mi diede una targa. “Per aver dimostrato” –disse il presidente alla premiazione– “che anche le vittorie al Tiro al Piattello sono festeggiate come quando una squadra di calcio vince lo scudetto.”

lunedì 28 novembre 2011

La Fame/1

Prima parte

Rientrò a casa a notte fonda. Ringraziò il Cielo che fosse così tardi, perché se qualcuno l’avesse visto in quelle condizioni, avrebbe dedotto scandalizzato che avesse alzato il gomito. Invece era lucidissimo. Se stava così era tutta colpa del dolore. Un dolore atroce che gli bruciava le parti intime e gli faceva sentire le sue gambe rigide e bloccate e i piedi aperti e piatti, come un’anatra. Risaliva le scale aggrappandosi alla ringhiera, barcollava e cadeva giù. Chiudeva gli occhi, lacrimava, riprendeva fiato, soffiava e saliva, sperando di arrivare presto alla meta. Sapeva che tutto ciò non faceva bene al suo fisico, il suo buon senso gli consigliava di recarsi al più presto da un medico. Ma lui non l’avrebbe mai fatto. Si vergognava. Aveva immaginato più volte la scena dell’ipotetico colloquio. Lui col volto basso confessare l’origine di quella sofferenza e il dottore che lo guardava col sorrisetto che riservava ai pazienti imbecilli. E se il suo strano caso –per vie traverse– fosse giunto alle orecchie dei suoi conoscenti? Impallidì soltanto all’idea. Nessuno lo avrebbe capito e sarebbe diventato la barzelletta della città.
Il suo era davvero uno strano caso. Tutto quel dolore era dovuto al fatto che la sua donna lo amasse troppo. Poteva lamentarsene –anche solo nella stanza asettica di un ospedale– quando, ricordava bene i sospiri dei suoi amici innamorati perché le loro fidanzate erano sempre così limitate?
Qualcosa si ruppe sotto l’ombelico. Soffiò più forte per non gridare. Grosse spine pungevano sotto la sua pelle cercando di squarciarla.
Si accasciò sui gradini gelidi. Come invidiava le donne limitate dei suoi amici. Loro non tornavano così a casa.
Poi il disagio fece di nuovo capolino.
Perché non riusciva ad apprezzare la sua Giulia come avrebbe fatto –ne era certo– il novantanove per cento degli uomini?
Si rialzò e a fatica conquistò il portone. Il suo corpo tornò a bruciare e lui a soffiare. Strusciando arrivò fino al letto. Il male scivolò via ma non riuscì a chiudere occhio.
Iniziò così a pensare.
Aveva conosciuto Giulia quando era uno studente secchione che passava le sue giornate chiuso in biblioteca. Stava lavorando per la tesi –concludeva l’Università con un anno di anticipo– e l’aveva impostata su un argomento originale e impegnativo che aveva stupito i professori. Minuzioso com’era cercava ovunque il materiale che gli servisse e con quello studio matto compensava la sua solitudine, dato che, uno dopo l’altro, aveva perso tutti gli amici di un tempo.
Poi un giorno nacque in lui il desiderio di amare.
Arrivò all’improvviso. Prima non riteneva fondamentale per la sua esistenza avere una compagna. Dedicava la sua vita ad altro, alle sue passioni, alla musica, all’arte, ai viaggi, allo studio. Nel suo mondo non c’era bisogno di una donna. Ora gli sembrava impossibile vivere senza. Iniziò così la sua ricerca. Iniziò battendo tutte le strade possibili del rimorchio: le code in facoltà, i sorrisi fugaci per strada, le colleghe in biblioteca, le chat di Internet. Alla fine come nei classici, quando ormai disilluso, stava per gettare la spugna, arrivò Giulia. Si conobbero un sabato mattina, nel salotto di casa. Il suo futuro suocero stava male in quel periodo e, insieme a sua madre –lontana amica di quella famiglia– erano passati a trovarlo.

Ricordava bene quell’attimo in cui i loro sguardi si erano incrociati. Giulia aveva abbozzato un sorrisino, lui aveva ricambiato.
E mentre immaginava di scaldarla con un abbraccio e la guardava imbambolato, Giulia si era alzata, determinata e decisa e lo aveva avvinghiato: “Mi dispiace per tuo padre. Spero si riprenda presto”. Lui si sentì invadere da un calore mai sentito prima e le aveva accarezzato i capelli, sperando che quel momento non finisse mai.
E tutto era iniziato da lì. Con la scusa del padre malato, si sentivano spesso e senza neanche capire come si fidanzarono. Ricordava l’orgoglio con cui, mano nella mano, passeggiava con lei nei corridoi dell’Università. Tutti li guardavano (invidia? stupore?) e lui era felice.
Una settimana dopo erano usciti insieme. Era una sera felice e lui vedeva le stelle anche se il cielo era più oscuro del solito. Giulia lo aspettò sotto casa frenetica e felice. Si scambiarono un bacio timido. Erano impacciati, erano entrambi alle prime esperienze anche se avevano superato da un pezzo l’adolescenza.  
Lui aveva voglia di andare oltre, ma non ne aveva il coraggio. Era presto, era ancora troppo presto. E poi aveva paura di spogliarsi, certo di emanare un pessimo odore, malgrado la sua mania per l’igiene: “D-dove vuoi che ti porto amore?" -le domandò timidamente- "Questa è la nostra prima sera insieme”
“Oh io conosco un posto. È proprio bello. Però…”
“Però?”
“Non vorrei sembrarti troppo…come dire…”
“Tu non mi sembrerai mai troppo.”
“Vorrei farti una sorpresa. Posso guidare io?”
“Certo amore.”
Si scambiarono i posti e lei partì. Inchiodò poco dopo. Ripartì quando lui –dopo una breve resistenza– acconsentì a farsi bendare. Lei riprese il volante e guidò sicura per qualche chilometro.
Lui non vedeva niente. Ogni tanto chiedeva se poteva abbassare la benda e Giulia ridendo gli diceva di no. Quando si fermarono lui richiese il permesso, ma lei non gli rispose nemmeno. Non voleva togliersi la benda per educazione e usò, allora, gli altri sensi per capire dove fossero: sentì intorno a sé un silenzio profondo, poi odorò il profumo dell’oscurità, poi il profumo di Giulia.
Scoprì di essere nudo.
Balbettò qualcosa e in pochi secondi disse addio alla sua verginità. “No! Non così” piagnucolò dentro la sua mente.
Si strappò la benda e vide –per la prima volta– la sua Giulia trasformata, i suoi occhi piccoli e bianchi, i capelli arruffati, la violenza animale e primordiale contratta in ogni suo muscolo. Non sembrava più un essere umano.
Giulia aveva ruggito: “Ancora! Ancora! Ancora!” ed era ripartita. Lui aveva tentato un goffo abbraccio ma poi aveva ceduto alla voracità della sua donna. “E’ posseduta dal Demonio” pensò terrorizzato, senza provare nessun tipo di piacere e sperando che tutto finisse in fretta.
Giulia era fragile, tenera, pratica e silenziosa. Non rompeva le scatole a nessuno e nessuno le rompeva a lei. Erano una coppia perfetta, la cui massima ambizione per il futuro erano una casetta col giardino e lo stipendio fisso a fine mese.
Ma quando arrivano quei momenti Giulia si trasformava. Nell’oscurità in cui si appartavano, lui sentiva la sua ansia crescere. La sua Fame. Lui si avvicinava timidamente, le sfiorava la pelle e in pochi secondi si ritrovava capovolto. Stordito, non capiva più niente. Intanto lei lo divorava, il suo volto da brava ragazza si trasformava, perdeva ogni lineamento, ogni segno di grazia. Lui stava lì sottomesso e fermo e aspettava la fine. 
Giulia non era mai soddisfatta e se lo era aveva ancora più Fame. Dopo pochi minuti –il tempo di respirare, riprendere fiato e dolcezza– tornava a divorarlo senza che lui riuscisse neanche a capire. E ancora, ancora, ancora, fino a quando lei non era esausta, si appoggiava al finestrino e dormiva. Lui allora riprendeva i sensi, la conoscenza di sé, accendeva la macchina e riportava la bestia a casa. Sentiva il male attraversargli il corpo e aveva voglia di gridare ma non gridava perché lui non gridava mai. Soffiava però, perché per non esplodere, il dolore doveva in qualche modo uscire dal suo corpo.

Continua...

venerdì 2 settembre 2011

Pietre coreane/8

Ottava parte

Per leggere la terza parte: http://strane-storie.blogspot.com/2011/08/pietre-coreane3.html
Per leggere la quinta parte: http://strane-storie.blogspot.com/2011/08/pietre-coreane5.html 
Per leggere la settima parte: http://strane-storie.blogspot.com/2011/09/pietre-coreane7.html

Chiusa la storia delle scritte e dopo aver mandato segretamente un regalo ad Alex per scusarmi, tornai a dedicare le mie energie alla punizione che avrei dovuto infliggere al Corea.
Jack Bicipite sembrava cambiato sul serio. Convinse suo padre a mandarlo a studiare fuori città, lontano dalla maschera che si era costruito. Nei mesi successivi diventò un ragazzo serio e riuscì a farsi nuovi amici. Imparò a sfogare le sue inquetudini attraverso la musica e diventò il batterista di una piccola band rock.

Dopo una settimana di tormenti decisi che era giunto il momento di passare all’azione. Avrei scavato senza pietà nell’inconscio del Corea e –ne ero certo– qualcosa sarebbe senz’altro saltato fuori.
Quella notte tornai così in quella villa col giardino profumato. Gli alberi ben curati erano immobili come l’aria notturna.
Mi fermai vicino ad un grande vaso. Giunsi le mani, le aprii e quando si formò lo schermo scrissi: “COREA”
Mi ritrovai sempre lì, vicino al vaso.
Perplesso iniziai a guardarmi intorno. Sentii un singhiozzio poco distante.
Mi spostai ancora, sempre muovendomi con estrema cautela.
Ero vicino alla piscina adesso. C’erano i resti di una festa finita da poco, gli invitati se n’erano andati ormai tutti. Era rimasto solo il padrone di casa, il Corea, seduto su una sedia a dondolo.
Eccolo il maledetto. Solo, senza nessuno, senza i lecchini, gli zerbini, la famiglia, la servitù. Solo con i suoi incubi, come ogni uomo.
Il viso era contratto e infelice, guardava malinconico l’acqua placida impastata di cloro.
Stringeva fra le mani un reggiseno rosa. Poi lo gettò a terra e si asciugò le lacrime con un fazzoletto.
Piangeva? Il Corea stava piangendo?
Probabilmente –insinuai malignamente– gli è andata male con quella ragazza. Mi domandai dove fosse sua moglie. Perché non stava lì a consolarlo?
Mi portai le dita alla tempia ed entrai.
Ci ritrovammo in un vasto deserto. All’orizzonte non c’era nulla, nemmeno il cielo. C’era solo lui, il potente Corea, solo nel deserto e basta.
Così tutto mi fu chiaro.
Uscii dal suo inconscio e tornai a guardarlo.
Aveva soldi, aveva il potere, aveva le donne, era temuto e rispettato ma era probabilmente l’uomo più solo di tutta la città.
Non aveva un amico.
Non aveva una famiglia. I figli e la moglie lo disprezzavano. Si limitavano ad usare di riflesso la sua forza.
Non aveva nessuno che gli volesse bene.
Provai pena per lui.
Compresi che non c’era bisogno del mio intervento. Lentamente scivolai fra le piante e tornai a casa.

Fu una decisione che non fu accettata dai miei amici. In particolare Chiara mi accusò di essere un buonista: “Ti sei arreso proprio nel momento in cui forse era più facile attaccare quel bastardo”
“E’ vero il Corea mi ha fatto compassione” –le risposi– “ma continuo a pensare che non debba guidare la città. Continuo a pensare, che in certi posti di responsabilità dovrebbe starci il meglio di una società, non gente corrotta anche nell’animo come lui. Ma non è compito di un Mostro come me mandarlo via. Spetta alla gente, alle persone condurre il destino della propria terra verso destinazioni diverse. Se tutti sono indifferenti ed egoisti, se il bene di tutti non interessa a nessuno, io posso anche costringere il Corea ad andarsene. Ma la gente egoista e indifferente manderà al posto suo un altro come lui e la storia si ripeterà. Io penso sia possibile combattere l’indifferenza e costruire un mondo migliore. Ma anche questo non è il compito di un Mostro. Io quella notte mi ero recato lì per punire il Corea e ho visto il vero volto di Silvano Borelli: un uomo solo e infelice. E non esiste una punizione peggiore di questa.” 

FINE